Un’analisi settimanale delle vicende più accattivanti de La Liga, esplorando il lato positivo, le delusioni e gli episodi di pura bellezza che hanno caratterizzato il campionato spagnolo.
Il Buono: Raphinha è tornato – L’anima vibrante (un leggero ritorno)
C’è una dinamica particolare che Raphinha innesca nel Barcellona. Nonostante non sia il calciatore più elegante o il più rotondo tra i numerosi talenti blaugrana, è senza dubbio uno degli elementi imprescindibili della squadra. Indipendentemente dalle indicazioni di Hansi Flick sul pressing alto o dagli incoraggiamenti agli altri attaccanti, Raphinha imprime al gioco del Barcellona un movimento e una vivacità che nessun altro riesce a replicare.
A conferma di ciò, mentre il Barcellona faticava a trovare spazio contro il pressing del Newcastle United, un passaggio sconsiderato di Jacob Ramsey in area è stato immediatamente intercettato e punito da un Raphinha già scattato sul pallone. Solo tre giorni prima, il brasiliano aveva siglato una tripletta “sporca” contro il Siviglia – due rigori e un tiro deviato – ma quella performance era già un segno della sua ritrovata mobilità e incisività.
Aggressivo, a tratti imprevedibile, ma sempre carico di ardore, Raphinha sembra avere la capacità di trascinare i compagni nelle posizioni tattiche desiderate da Flick. La sua intensità e il suo carisma esercitano una sorta di attrazione magnetica sul Barcellona. Contro il Newcastle, ha segnato il primo gol, battuto il calcio piazzato per il secondo, procurato il rigore per il terzo, fornito l’assist per il quarto e il quinto, e segnato il sesto. Otto contributi decisivi in soli quattro giorni. Raphinha è il motore che detta il ritmo, conferendo coerenza a un Barcellona che, secondo le statistiche, presentava la più alta “expected downfall” (xD) nel calcio europeo.
Il Cattivo: La fine di un’era – Eskerrik Asko, Ernesto Valverde
Questo tema era inevitabile, a prescindere dall’annuncio di Ernesto Valverde di lasciare l’Athletic Club quest’estate. Sabato, l’Athletic Club ha subito una sconfitta per 3-0 contro il Girona. Sebbene il portiere Paulo Gazzaniga abbia compiuto alcune parate importanti, la sconfitta non è stata né sorprendente né immeritata. Michel Sanchez è riuscito a rivitalizzare la sua squadra con grande efficacia, e il divario con l’Athletic è parso evidente, con quest’ultimo intrappolato nella monotonia di un pressing inefficace e di un attacco privo di verve.
L’Athletic Club ha ottenuto solo tre vittorie ne La Liga nel 2026, l’ultima delle quali risale al 6 dicembre contro l’Atletico Madrid al San Mamés, un arco di ben 11 partite. A dire il vero, la squadra non era in gran forma nemmeno prima. Questa settimana, l’Elche è sceso in zona retrocessione, sottolineando come le vittorie dell’Athletic fossero giunte contro altre neopromosse in difficoltà come Levante e Real Oviedo.
La speranza è che, con la fine di questa era ormai prossima, la mentalità possa cambiare, e l’Athletic possa finalmente comprendere di trovarsi a soli tre punti da un probabile piazzamento europeo. Già prima dell’inizio, la stagione era stata prefigurata come la conclusione del ciclo di Valverde, e ora rimangono solo i residui di quella che, tra il 2023 e il 2025, è stata probabilmente la migliore formazione dell’Athletic nel XXI secolo. Questo è il naturale ciclo di vita di un allenatore di calcio. Il dovere ora, per l’Athletic, sia come club che come squadra, è assicurarsi che la “marcia funebre” di 10 partite di Ernesto Valverde sia una celebrazione della sua carriera, e non un lamento.
Il Magnifico: ‘No, Arda, no’
Inizialmente, dopo il pareggio di Nicolas Pepe al 97° minuto contro l’Alavés in un Mendizorrotza bagnato, avevamo già decretato quello come il momento più bello della settimana. C’è qualcosa di irresistibile in un contrasto così intenso tra sollievo e angoscia, forse un po’ controverso per noi.
Ma poi Arda Guler ha egoisticamente rubato la scena con un gol che non lascia spazio a discussioni. Ben 68,6 metri lo separavano dalla porta quando ha scagliato il pallone sopra la testa di Matías Dituro, con la palla che è rimbalzata in modo spettacolare nella rete vuota. È un gesto che porta in sé tutti i segni del genio. L’esecuzione è straordinaria: Guler ci ha provato tre volte, ha colpito la traversa una volta e in un’altra occasione non è andato lontano. Se si pensa ad altri calciatori autori di reti simili – Xabi Alonso, David Beckham, Wayne Rooney – si capisce che alla maggior parte dei giocatori non verrebbe nemmeno in mente di tentare un tiro con una percentuale di successo così ridicolmente bassa.
0,1% di probabilità di gol.
99,9% di fede.
La follia di 68,6 metri di Arda Guler.
Ci perdonino La Liga e Microsoft se a volte siamo un po’ scettici sulle loro percentuali di probabilità di gol, ma in questo caso, lo 0,1% sembra assolutamente accurato. Guler vanta ora un tasso di conversione di uno su tre per tentativi simili. “Vale il prezzo del biglietto, forse due o tre volte tanto, per vedere ciò che ha fatto,” ha commentato Álvaro Arbeloa dopo la partita. La sua prima reazione al tiro era stata: “No, Arda, no!”. Forse stava pensando al povero Dituro, curiosamente non in porta per l’Elche in quella circostanza.
Quando Arda Güler ha deciso di calciare da 68 metri, la prima reazione di Arbeloa è stata: “No Arda, no!”

